Chiacchiere librose

Per non dimenticare: 27 gennaio 2020

Carissimi lettori,
come ogni 27 gennaio non posso fare a meno di spendere qualche parola sulla Giornata della Memoria, mai come adesso, infatti, credo ci sia un grande bisogno di riscoprire quel senso di umanità e di amore verso il prossimo, che sembra sempre più lontano dalla nostra quotidianità.

È necessario che il ricordo delle atrocità perpetrate nel passato sia sempre vivo dentro di noi e ci spinga ad essere migliori ogni giorno. Con questa consapevolezza, sono solita leggere spesso qualche libro sul tema, perchè sono fortemente convinta di quanto importante sia conoscere e ricordare. La storia d’altronde è maestra di vita.
Proprio in virtù di questo sto valutando l’idea di pubblicare qualche articolo a riguardo, almeno una volta al mese.
Tutti, nel nostro piccolo, possiamo fare qualcosa per mantenere vivo il ricordo.

Al momento mi sto dedicando alla lettura di Ultima fermata Auschwitz di Eddy de Wind, che racconta la sua terribile esperienza nel campo di sterminio polacco, insieme alla moglie Friedel.

Ultima fermata Auschwitz: Come sono sopravvissuto all'orrore 1943-1945Sul finire del 1944 i tedeschi stanno abbandonando Auschwitz, mentre l’Armata Rossa si avvicina. Portano con sé gran parte dei prigionieri rimasti, forzandoli in estenuanti marce verso i lager della Germania. Per sfuggire a quel destino, Eddy de Wind si nasconde in una delle baracche, sotto un cumulo di vestiti; Friedel, sua moglie, non ha il coraggio di imitarlo. Di lì a qualche giorno Eddy trova un taccuino abbandonato e comincia a scrivere la sua storia. Lui e Friedel si sono conosciuti nel campo di transito di Westerbork, nei Paesi Bassi. Giovani e in salute, i due erano stati messi al lavoro: Eddy come medico, Friedel come infermiera. Si erano frequentati, innamorati e sposati sempre all’interno del campo, ma quella parentesi di relativa pace non era destinata a durare. Caricati sui convogli della morte, erano stati anche loro trasferiti ad Auschwitz. Sopravvissuti alla prima selezione, si erano ritrovati di nuovo a lavorare nelle infermerie del campo, ma questa volta divisi. Eppure, persino lì sono riusciti a mantenere una qualche forma di comunicazione, scambiandosi di nascosto brevi lettere d’amore, stringendosi in abbracci fugaci quanto illegali e resistendo fino all’ultimo. Quella di Eddy e Friedel è una vicenda autentica, una ricostruzione fedele scritta «a caldo» da dietro al filo spinato del lager. Una storia in cui il racconto delle atrocità quotidiane – il timore nei confronti delle SS, gli abusi, le umiliazioni, l’abbrutimento, l’agonia propria e altrui – è venato da una flebile ma tenace speranza: quella di un amore che non smette di lottare anche in un simile scenario di sofferenza e morte. Un documento imprescindibile, per mantenere in vita il ricordo di ciò che non possiamo dimenticare.

Ho scelto un paio di passi del testo da condividere con voi.

“Ovunque c’era vita e si costruiva. Ma più che le gru e i trenini, si vedevano uomini con quelle tenute da carcerati. Qui non c’era motorizzazione, solo il lavoro di migliaia, decine di migliaia di braccia.
Il vapore è pratico; l’elettricità è efficiente, impiegabile su centinaia di chilometri; la benzina è forte e veloce. Ma le persone costano poco. Ecco cosa esprimevano quegli occhi affamati, quei torsi nudi, le cui costole sporgevano come corde che in qualche modo tenevano ancora insieme quei corpi. Lo si vedeva nelle lunghe file di persone che trascinavano mattoni, avanzando con i loro zoccoli di legno o spesso a piedi nudi. Incedevano senza guardarsi intorno, con i volti inespressivi. Nessuna reazione ai nuovi venuti.
Di tanto in tanto un trattore trainava carri carichi di pietre. Il motore vibrava lentamente: motori a petrolio. A Hans tornarono in mente le serate sull’acqua, quando se ne stava nella sua barca e le chiatte gli passavano davanti sbuffando.

Com’era la vita allora, quante promesse gli aveva fatto! Si diede un contegno. Sentiva che questo non era il momento di rimuginare, ma di combattere. Magari un giorno la vita sarebbe tornata a essere come un tempo.”

“Ma non era buio nella camerata. Il Block 28 era l’ultimo della sua schiera e l’Aufnahme era rivolta verso il reticolato. Le luci lungo il filo erano accese. Ogni due pali di cemento era posizionata una lampada potente. Tutto ciò che si trovava nei dintorni del filo veniva illuminato a giorno.
Era una visione impressionante, quella lunga serie di luci bianche interrotte qua e là dalle lampadine di controllo rosse. Il chiarore inondava la stanza e illuminava gli ammalati che giacevano nell’Aufnahme in attesa di essere presentati al Lagerarzt il giorno successivo.
Hans non la voleva più vedere quella luce, lo angosciava. Chiuse gli occhi, ma si ritrovava sempre a guardare, quasi volesse costringersi ad assorbire quella dolorosa realtà. Si innervosì e cambiò posizione, ma la luce lo perseguitava. Tirò su le coperte, ma la luce era sempre lì. Pervadeva ogni cosa. Non c’era via di scampo: si trovava nel Konzentrationslager. Ci si poteva voltare dall’altra parte e nascondersi sotto le coperte, ma quella consapevolezza rimaneva. Anche provando a pensare a qualcos’altro, quel pensiero prevaleva su tutto, proprio come si era perseguitati dalla luce delle lampadine sul reticolato, ovunque uno guardasse.
Hans pianse. Non era un pianto rabbioso, come gli capitava da bambino, quando le cose non andavano come voleva lui, ma uno silenzioso, spontaneo quasi. Non c’era una tempesta dentro di lui: stava semplicemente traboccando di tristezza e le lacrime scorrevano giù da sole.
Per sua fortuna, però, era stanco, stanco morto. Non si prese nemmeno la briga di asciugarsi le lacrime, non si rendeva nemmeno più conto di piangere e a poco a poco la fiamma della sua coscienza si spense.
Nel campo di concentramento una persona ogni giorno vive molte ore felici. Allora per lei le lampade sono spente, la corrente staccata e il filo tranciato. Allora l’anima può liberarsi dal corpo stremato e dolorante. Nel regno in cui accede l’Häftling la sera non ci sono SS, né Blockältesten o Kapos. Là c’è un solo sovrano, l’immenso desiderio; una sola legge, la libertà.
La vita è un cerchio scandito da due periodi: dal gong della mattina a quello della sera e dal gong della sera a quello della mattina. E quando si sente il gong della mattina i sensi tornano a vivere e inchiodano l’anima: il paradiso è finito.”

Cerchiamo di fare tesoro di queste parole, di ricordare quanto valore abbiano la vita e la libertà, il rispetto e l’umanità.
Perchè “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

∼Deb

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